The collage post Foto di Julia Sezemova da Pixabay

In questi mesi abbiamo assistito al caso della famiglia nel bosco e di riflesso ho anche pensato al caso di Bibbiano. Ho anche pensato a tutti quei genitori che si sono visti togliere i figli ingiustamente.

Per capire meglio l’argomento ho letto il libro di Maurizio Tortorella intitolato Bibbiano e dintorni, n’intervista fatta nel 2013 a un giudice chiamato Francesco Morcavallo, che aveva già una carriera importante in magistratura, soprattutto nel settore dei minori. In quell’intervista, Morcavallo denunciava che ci sono problemi gravi nel sistema di gestione dei minori affidati ai servizi sociali, come affidi facili e pratiche che favoriscono il business piuttosto che il benessere dei bambini.

Il problema principale riguarda come vengono decisi gli allontanamenti dei bambini dalle famiglie: spesso si affidano le decisioni a relazioni e pratiche che potrebbero essere influenzate da interessi economici o da conflitti di interesse, e non sempre ci sono verifiche approfondite sui fatti.

Morcavallo aveva anche portato alla luce alcune situazioni in cui i giudici e i servizi sociali avrebbero agito in modo scorretto, ignorando denunce, falsificando prove, o trovando soluzioni che favorivano il business delle case-famiglia e degli istituti. Egli stesso aveva subito minacce e ostracismi per aver cercato di denunciare queste pratiche.

Molte di queste denunce sono state ignorate o sono cadute nel vuoto, anche da parte delle autorità e dei media. Solo recentemente, con lo scandalo di Bibbiano, alcune di queste problematiche sono tornate alla ribalta, facendo capire che i problemi segnalati allora erano reali e gravi.

Siamo in presenza di un sistema complesso e molto opaco legato agli affidamenti dei minori in Italia, che secondo molti esperti e inchieste sembra essere anche un business molto lucrativo, con possibili illeciti e profitti nascosti. Ecco una spiegazione semplice dei punti principali.

Non si sa con precisione quanto spendano lo Stato o i Comuni per i servizi di affidamento dei minori, perché i dati sono confusi, nascosti o non aggiornati. Ci sono somme enormi che vengono pagate a strutture, cooperative e psicologi, e spesso non si capisce come vengano spese.

Alcune inchieste hanno evidenziato che ci sono persone che traggono grandi guadagni da questo sistema, magari pagando poco per le strutture e facendo pagare molto allo Stato, o creando affidamenti fittizi e strutture di facciata per lucrare sui minori.

Le spese per le case-famiglia, affidamenti e servizi vari sono altissime. I costi medi sono stimati intorno ai 200 euro al giorno per bambino, e le cifre totali raggiungono miliardi di euro all’anno. Ma non ci sono controlli seri su come vengono spesi questi soldi.

Ci sono molte strutture private, cooperative e ONLUS che gestiscono i minori affidati, spesso senza requisiti certi o controlli rigorosi. La mancanza di dati certi rende difficile capire quante siano le strutture, quanti minori ci siano e quanto si spenda realmente.

Molti affidamenti durano più del limite massimo di 24 mesi previsto dalla legge, spesso senza motivo valido. Ci sono anche casi di affidamenti fatti in modo superficiale o per motivi economici, come aiutare famiglie in povertà, anziché garantire il miglior interesse del minore.

Secondo alcune stime, il settore degli affidamenti e delle comunità potrebbe valere miliardi di euro ogni anno. Molti sostengono che ci siano interessi economici molto forti dietro questa macchina, che alimenta un mercato enorme e poco controllato.

Le leggi e le norme attuali permettono interpretazioni molto ampie, che possono essere sfruttate per interessi economici o personali. Anche le istituzioni spesso non hanno dati aggiornati o non collaborano tra loro.

Il sistema di affidamento dei minori in Italia è molto complesso, poco trasparente e potenzialmente usato per scopi economici più che per il bene dei bambini. Sono necessari controlli più severi, leggi aggiornate e maggiore trasparenza per garantire che i minori siano tutelati davvero e non sfruttati economicamente.

Sono stati scoperti molti casi in cui i giudici onorari avevano rapporti economici o professionali con le strutture (come case-famiglia o centri di accoglienza) dove decidevano di affidare i bambini. Questo può portare a decisioni influenzate dai loro interessi personali invece che dal bene dei minori.

Ci sono esempi di giudici che erano anche soci, fondatori o lavoravano nelle strutture che gestivano i bambini, creando un conflitto di interessi grave e inaccettabile.

La legge del 1934, ormai vecchia, stabilisce come si nominano questi giudici, ma le regole sono obsolete e poco applicate.

La selezione avviene tramite concorsi pubblici, ma spesso i controlli sui candidati sono superficiali o saltano del tutto.

I giudici onorari hanno lo stesso peso dei giudici di carriera, ma spesso le regole di incompatibilità (ovvero quando non possono lavorare o avere rapporti con determinate strutture) non vengono rispettate o fatte rispettare.

Sono state fatte indagini che hanno evidenziato che circa 1 giudice onorario su 5 (quasi il 20%) aveva rapporti di conflitto di interessi con le strutture di accoglienza.

Spesso le strutture collaborano con i giudici o sono gestite da loro o dai loro parenti, creando un sistema poco trasparente e potenzialmente corrotto.

Sono state emanate alcune circolari e norme per cercare di limitare questi conflitti, ma spesso vengono ignorate o non vengono fatte rispettare.

Le autorità, come il Consiglio superiore della magistratura e il Ministero della Giustizia, hanno cercato di introdurre regole più severe, ma con scarsi risultati pratici.

La mancanza di controlli efficaci e di sanzioni concrete permette che questi problemi continuino.

Alcune associazioni e attivisti hanno denunciato questi conflitti di interesse, evidenziando come molti giudici onorari fossero in situazioni di incompatibilità.

In alcune occasioni sono stati scoperti casi di giudici che avevano interessi economici o professionali nelle strutture di accoglienza, portando a decisioni che potevano favorire queste strutture.

Sono state fatte diverse circolari e proposte di legge per migliorare la situazione, ma spesso non sono state applicate o sono state troppo soft.

Nel 2019, il governo ha annunciato l’intenzione di creare una banca dati per controllare meglio i giudici e le strutture, ma ancora non si sa come verrà realizzata e se sarà efficace.

Sono state create anche commissioni parlamentari di inchiesta per investigare sui problemi del sistema di affidamento dei minori e sui conflitti di interesse, ma è difficile ottenere risultati concreti e duraturi.

Dopo il caso di Bibbiano è stata fatta una riforma dell’art. 403 c.c. e dopo il caso della famiglia nel bosco c’è il nuovo DDL per limitare il potere dei servizi sociali.

Questi provvedimenti basteranno a fermare alcune ingiustizie subite dai minori? Secondo me no. Occorrono leggi molto più severe per chi usa i minori come merce da sfruttare per arricchirsi.

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