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In questo articolo esamineremo alcuni concetti esposti da Emmanuel Todd nel suo libro La sconfitta dell’Occidente.
L’Ucraina, nonostante la sua posizione relativamente privilegiata nell’ultimo periodo dell’Unione Sovietica, ha incontrato notevoli difficoltà nel costruire un’identità statale solida e coesa. Sebbene fosse la prima nazione a votare per l’indipendenza nel 1991, attraverso un referendum inserito nel contesto tumultuoso della dissoluzione sovietica, il Paese ha dovuto affrontare una serie di sfide che hanno ostacolato la formazione di uno Stato-nazione autentico.
Per comprendere le difficoltà ucraine, è fondamentale considerare alcuni fattori chiave. La creazione di uno Stato-nazione richiede una cultura condivisa, una lingua comune e, in particolare, una classe media sviluppata, che nelle aree urbane costituisce l’ossatura di una società funzionante. Tuttavia, durante l’epoca sovietica, l’Ucraina è rimasta scarsamente urbanizzata e priva di una classe media forte, impedendole di evolversi verso una democrazia liberale tra il 1991 e il 2014.
In questo periodo, l’Ucraina ha attraversato una crisi mentale e sociale, seppur in misura minore rispetto alla Russia. Indicatori come l’aspettativa di vita e i tassi di omicidio rivelano che, al termine del periodo comunista, il Paese si trovava in condizioni leggermente migliori rispetto al suo gigante vicino. Tuttavia, il tasso di omicidi in Ucraina era significativamente più elevato rispetto a quello della Bielorussia, che, pur avendo una struttura familiare simile, mostrava tassi di violenza inferiori.
L’enigma ucraino si complica ulteriormente considerando il dualismo etnolinguistico che ha contribuito a modellare la società. Le divisioni tra un’Ucraina occidentale, favorevole a leader come Julija Timošenko, e un’Ucraina orientale e meridionale, che appoggiava Viktor Janukovyč, hanno evidenziato le tensioni interne e le disparità culturali. In un contesto dominato dall’influenza di un potere oligarchico, il sistema politico ha vissuto un certo pluralismo, ma questo coesisteva con una diffusa corruzione.
Dal 2014, l’Ucraina ha vissuto una frattura significativa, accentuata dalla rivoluzione di Maidan e dalla perdita di status delle regioni russofone. Le elezioni hanno mostrato un’alta percentuale di astensione nelle aree a maggioranza russofona, segnando un’ulteriore divisione politica e culturale. Ciò ha portato a un Paese meno inclusivo, maggiormente concentrato sulle regioni di lingua ucraina, dove si è consolidato un nazionalismo attivo, contrapposto a un Sud-Est in declino e privo di una forte coesione sociale.
Dopo il 2014, l’alleanza tra l’Ucraina occidentale e centrale ha rappresentato una risposta efficace all’invasione russa. La nuova Ucraina, più coesa e determinata, ha mostrato una notevole resistenza, riflettendo le diverse storie e relazioni culturali di ciascuna regione con la Russia. Tuttavia, il cammino verso una democrazia liberale e funzionante rimane irto di ostacoli, radicati in una storia di debolezza statale, in una classe media fragile e in una mancanza di urbanizzazione adeguata. La questione identitaria dell’Ucraina si configura quindi come un processo complesso e in continua evoluzione, che richiede tempo e impegno per superare le eredità del passato e costruire un futuro stabile.
Nell’analizzare l’ex sfera sovietica, si osserva come la Russia abbia raggiunto una certa stabilità e sviluppato un dinamismo economico, sebbene il suo futuro demografico non lasci ben sperare circa una possibile espansione. È evidente che le cause delle turbolenze mondiali andrebbero cercate altrove. Un approfondimento sull’Ucraina, paese in via di disgregazione, ha permesso di chiarire ulteriormente la questione. Tuttavia, considerando le sue dimensioni modeste, l’Ucraina da sola non potrebbe trascinare il pianeta in un grande sconvolgimento. Inoltre, l’analisi delle ex democrazie popolari e delle repubbliche baltiche rivela come, nel corso della loro storia, queste nazioni siano state spesso oggetto di giochi di potere non tanto della Russia quanto dell’Occidente. Anche in questo caso, tuttavia, nonostante l’azione diplomatica e militare della Polonia, sarebbe errato attribuire all’intera area la responsabilità dell’attuale crisi. Per comprenderne le origini, bisogna risalire a ciò che rimaneva della cortina di ferro; invece di cercare le cause in Russia, Ucraina o nelle ex democrazie popolari, la crisi nasce in Occidente. Rifiutare l’idea che la Russia sia la principale responsabile risulta difficile, e si riconosce come questa ipotesi sia controintuitiva, poiché si può chiedersi: non è stata forse la Russia ad attaccare l’Ucraina? Non sta portando avanti, anche a livello interno, i principi della democrazia liberale? Tuttavia, tutti gli indicatori oggettivi mostrano come in Russia le condizioni siano migliorate e come il Paese stia trovando un suo equilibrio, cercando di mantenerlo. Sarebbe arduo sostenere che, dal punto di vista geopolitico, la Russia non sia interessante; tuttavia, è anche importante riconoscere che bisogna evitare di lasciarsi condizionare dalla paura della guerra.
Per quanto riguarda l’Occidente, si constata come questa regione non sia stabile, anzi, si trovi in una crisi profonda. Nei capitoli successivi, verrà descritta questa dura realtà. Tuttavia, l’Occidente non è solo in crisi, occupa anche una posizione centrale nel mondo. Il suo peso demografico ed economico, superiore di sette-dieci volte a quello di altre aree, unito al suo vantaggio tecnologico e all’eredità ideologica e finanziaria lasciata dalla storia tra il 1700 e il 2000, suggeriscono che la sua crisi potrebbe avere ripercussioni su scala globale.
Si procederà, quindi, a definire con maggior rigore cosa sia l’Occidente, superando gli stereotipi che lo identificano esclusivamente con la democrazia liberale. Si continuerà a parlare di economia, poiché anche questa crisi si manifesta attraverso gravi carenze industriali e problemi nelle strutture familiari, come già si è fatto con Russia e Ucraina. In particolare, si attribuirà un ruolo centrale alla religione. Alla base dello sviluppo occidentale non risiedono solo il mercato, l’industria e la tecnologia, ma soprattutto una religione specifica: il protestantesimo. Seguendo l’insegnamento di Max Weber, che attribuiva al protestantesimo, in particolare a Lutero e Calvino, il ruolo di motore dell’ascesa occidentale, si può andare oltre questa prospettiva a più di un secolo dalla pubblicazione di L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904-1905). Se, come affermava Weber, il protestantesimo ha costituito la matrice dell’Occidente, oggi si può sostenere che sia proprio la sua fine a causarne il declino.
Nella prospettiva geopolitica, si terrà conto della lunga storia della religione e delle sue conseguenze, che hanno portato a questa crisi e, più banalmente, alla sua sconfitta. Questo non sarà un esercizio facile, ma risulta fondamentale per formulare previsioni credibili e utili. Per capire se un declino, anche parziale, può essere invertito, occorre conoscere le cause della sua ascesa. Queste ultime si riconducono, in ambito economico, alle forze che hanno reso l’Occidente dominante.
Come si può definire l’Occidente? Esistono due possibilità: una più ampia, che include un boom di istruzione e sviluppo economico, coinvolgendo grandi paesi come Regno Unito, Stati Uniti, Francia, Italia, Germania e Giappone; e una più ristretta, basata sulla partecipazione alle rivoluzioni liberali e democratiche, come la Gloriosa rivoluzione del 1688, la Dichiarazione di Indipendenza americana del 1776 e la Rivoluzione francese del 1789. In questa seconda accezione, l’Occidente liberale comprende solo alcuni paesi e si fonda su principi di libertà e democrazia. Tuttavia, storicamente, l’Occidente non è sempre stato “liberale”: le sue radici includono anche regimi autoritari e totalitarismi, come il fascismo italiano, il nazismo tedesco e il militarismo giapponese, che non sono stati del tutto cancellati.
È anche difficile attribuire alla Russia una responsabilità univoca: essa, in un certo senso, possiede una propria storia di violenza e autoritarismo, radicata in elementi culturali profondi e duraturi, non solo nella storia zarista o comunista.
Nelle pagine successive, si adotterà una definizione più ampia di Occidente, che includa il sistema di potere statunitense, ma riconosca anche l’esistenza di un Occidente più autoritario e meno liberale, come quello della Russia post-1990. Questo Occidente più ampio ha avuto uno sviluppo economico eccezionale, molto più rapido rispetto ad altre aree del mondo, grazie a due grandi rivoluzioni culturali: il Rinascimento italiano e il protestantesimo tedesco. La modernità occidentale è nata in un contesto autoritario e Weber ha evidenziato come il protestantesimo abbia avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo economico europeo, anche se forse ha esagerato nel collegare tutto alle sfumature teologiche. La religione protestante, in particolare, ha contribuito anche a rafforzare le strutture sociali e nazionali, come dimostra il caso della Germania, dove la predestinazione e l’alfabetizzazione hanno alimentato ideali di superiorità e progresso.
Il protestantesimo, infatti, ha contribuito anche alla formazione di identità nazionali forti, come quelle di Inghilterra, Svezia e Prussia, promuovendo una cultura basata sulla lettura delle Sacre Scritture e sulla responsabilità individuale. Questa religione, in modo involontario, ha alimentato anche ideologie razziste e autoritarie, come il nazismo, che si radicò in paesi protestanti, e ha influenzato le strutture sociali e politiche di nazioni come la Germania e gli Stati Uniti. La famiglia protestante, con la sua forte enfasi sull’istruzione e sulla responsabilità individuale, ha favorito lo sviluppo di società più liberali e democratiche. La diffusione di modelli familiari e culturali protestanti ha contribuito alla genesi di nazioni con una forte coscienza collettiva e orientate alla libertà, come l’Inghilterra e gli Stati Uniti.
In conclusione, il protestantesimo ha avuto un ruolo duplice nella storia dell’Occidente: da un lato, ha favorito il progresso economico e l’alfabetizzazione; dall’altro, ha alimentato atteggiamenti di superiorità e di esclusione, che hanno portato anche a derive autoritarie e razziste. La sua influenza si riflette nella formazione delle nazionalità e delle culture politiche europee e americane, contribuendo alla nascita e allo sviluppo delle democrazie liberali e delle identità nazionali.
Il racconto dominante sulla guerra, che viene presentato dai principali media, dipinge gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia come democrazie liberali. Tuttavia, questa auto-presentazione in tempo di guerra contrasta con il dibattito interno di questi stessi Paesi negli ultimi vent’anni, che riconosce ormai da tempo che le democrazie occidentali sono in crisi e che si vive una forma di “democrazia malata”. Già nel 2008, questo tema era stato affrontato nel libro Après la démocratie e nel corso del tempo, con eventi come Trump e la Brexit, sono aumentate le analisi pessimistiche sulla crisi democratica.
Negli Stati Uniti, già nel 1995, con la pubblicazione postuma di Christopher Lasch La ribellione delle élite, si evidenziava il tradimento della democrazia. Nel 1996, Michael Lind aveva scritto The Next American Nation, descrivendo il senso di smarrimento degli americani riguardo al loro futuro democratico. Nel 2020, Lind ha pubblicato La nuova lotta di classe, sottolineando come un’élite dominante stia minando le fondamenta delle istituzioni democratiche. Questa tendenza si riscontra anche in altri autori come Joel Kotkin, con The New Class (2014), che denuncia la formazione di una nuova oligarchia.
In Gran Bretagna, autori come Colin Crouch, con Postdemocrazia (2020), e altri come Mark Gaddis, David Goodhart e David Skelton, hanno analizzato nel tempo l’indebolimento della democrazia e il crescente disinteresse e apatia tra i cittadini. In Francia, studiosi come Christophe Guilluy, Luc Rouban e Jérôme Fourquet hanno approfondito la crisi della rappresentanza e le tensioni sociali. Anche in Germania, Oliver Nachtwey, con La società del declino (2016) e la traduzione inglese Germany’s Hidden Crisis (2018), ha evidenziato segnali di crisi sociale e politica.
L’obiettivo di questa panoramica, che si arricchirà di ulteriori approfondimenti nei capitoli successivi, è dimostrare che la credenza in una crisi terminale della democrazia occidentale non è un’ipotesi marginale o eccentrica, ma un tema condiviso da molti intellettuali e politici, sebbene con sfumature diverse.
Per comprendere questa degenerazione democratica, è necessario prima delineare un ideale di democrazia liberale o almeno provarci in modo semplificato. In teoria, una democrazia si fonda su uno Stato-nazione nel quale i cittadini, grazie a una lingua comune, si riconoscono reciprocamente. Sono previste elezioni a suffragio universale, pluralismo dei partiti, libertà di stampa e il rispetto della maggioranza, pur tutelando le minoranze. Tuttavia, per rendere una nazione democratica non basta avere leggi formali; queste devono essere applicate e vissute attraverso i costumi democratici. I rappresentanti eletti devono essere realmente i portavoce dei cittadini che li hanno eletti.
L’alfabetizzazione di massa, sviluppatasi nel XX secolo, ha alimentato un senso di uguaglianza tra i cittadini, poiché leggere e scrivere sono diventate competenze accessibili a tutti. Tuttavia, all’inizio del nuovo millennio, questa sensazione di uguaglianza di base sembra essersi affievolita. L’istruzione superiore ha generato un’élite di massa, dando a una parte consistente della popolazione la percezione di essere superiore e di appartenere a una classe dominante.
Prima della guerra in Ucraina, si percepiva come le democrazie occidentali fossero minacciate da un malessere crescente, che si inscritto in due grandi visioni ideologiche: quella elitista, che vede le élite denunciare una deriva dei popoli verso le destre xenofobe, e quella populista, che sospetta le élite di voler imporre un’egemonia globale. Quando i cittadini e le élite non riescono più a collaborare, il concetto di democrazia rappresentativa perde significato: si crea una situazione in cui un’élite non si sente più obbligata a rappresentare il popolo e il popolo si sente abbandonato. I sondaggi mostrano come politici e giornalisti siano tra le figure meno rispettate, mentre cresce il sospetto e il diffondersi di teorie complottiste, alimentate dalla sfiducia sociale e dal conflitto tra élite e popolazione.
L’ideale democratico originario prevedeva, anche senza richiedere un’uguaglianza economica perfetta, un avvicinamento delle condizioni sociali. Dopo la Seconda guerra mondiale, si immaginava che proletariato e borghesia si unissero in una vasta classe media. Tuttavia, negli ultimi decenni, le disuguaglianze sono aumentate, a causa di processi come il libero scambio, che hanno frammentato le classi sociali tradizionali e peggiorato le condizioni di molte persone, specialmente operai e persone di classe media. Questa constatazione, ormai condivisa, rafforza l’idea che il rappresentante del popolo, spesso appartenente a un’élite istruita, tenda a sentirsi superiore a chi possiede solo un’istruzione di base e, indipendentemente dal partito, consideri i valori delle persone più istruite come gli unici autentici, senza più una reale rappresentanza delle esigenze della maggioranza.
Il testo analizza il contrasto tra due sistemi politici e ideologici: da un lato, le oligarchie liberali dell’Occidente e, dall’altro, l’autocrazia russa. Si mette in discussione come i media, le università e le elezioni occidentali rappresentino la democrazia liberale, che si suppone tuteli le minoranze e favorisca il principio maggioritario. Tuttavia, nel caso della Russia, si evidenzia come il governo, pur mantenendo formalmente il voto e il sostegno popolare, reprima le minoranze e limiti le libertà, adottando una definizione di “democrazia autoritaria” anziché “liberale”. Dall’altro lato, l’Occidente, pur proclamando la difesa delle minoranze come principio fondamentale, si concentra principalmente sulla protezione degli interessi dei ricchi, che costituiscono una minoranza privilegiata, più di tutte le altre minoranze protette, come quella degli omosessuali o delle etnie oppresse. Di conseguenza, si sostiene che le democrazie liberali stiano diventando delle “oligarchie liberali”, sistemi dominati da élite privilegiate.
L’autore sostiene che questa dinamica muta il significato ideologico del concetto di democrazia, trasformandolo in un confronto tra due oligarchie: da un lato le oligarchie liberali occidentali e dall’altro l’autocrazia russa. Questa opposizione, tuttavia, non si riduce a una guerra tra democrazie e autocrazie, bensì rappresenta uno scontro tra due élite di potere con obiettivi e debolezze diverse. Le élite occidentali temono che le classi meno abbienti possano avvicinarsi ai valori russi, che richiamano alcuni aspetti del populismo occidentale, e per questo adottano sanzioni economiche che colpiscono principalmente le fasce più povere, aggravando le difficoltà sociali. Inoltre, il funzionamento caotico di queste oligarchie porta a errori strategici in politica estera, rivelando una scarsa capacità gestionale che merita un’analisi più approfondita.
L’autore evidenzia come, nonostante le istituzioni delle democrazie liberali siano formalmente intatte, i costumi democratici siano scomparsi. Le élite si considerano superiori e rifiutano di rappresentare il popolo, che spesso si rivolge al populismo come forma di protesta. Questa disfunzione richiede una riforma, ma la vera questione consiste nel fatto che il popolo, pur mantenendo il diritto di voto, viene escluso dalla gestione economica e dalla distribuzione della ricchezza, spesso concentrata nelle mani di un’élite oligarchica. La classe politica si dedica a tematiche superficiali come questioni razziali, di genere o ambientali, lasciando da parte problemi più rilevanti di politica internazionale.
Questa situazione ha ripercussioni sulla geopolitica, sulla diplomazia e sui conflitti, poiché i leader occidentali, troppo impegnati a vincere elezioni ormai ridotte a rappresentazioni teatrali, mancano di competenze e conoscenze fondamentali nelle relazioni internazionali. Di conseguenza, si trovano impreparati di fronte a avversari come Putin o Xi Jinping, che hanno avuto tempo e risorse per prepararsi, mostrando una maggiore capacità strategica e tecnica rispetto ai loro omologhi occidentali.
Il processo di secolarizzazione e di stratificazione educativa ha profondamente inciso sulla società occidentale. L’attuale sistema educativo ha generato una classe di individui altamente istruiti che disprezzano chi possiede solo un’istruzione primaria o secondaria. Questa disparità si configura come una componente strutturale della società stessa. Tuttavia, la degenerazione delle convinzioni collettive, favorita dalle libertà liberali, non si riduce a un semplice conflitto tra populismo ed elitismo, bensì si manifesta attraverso fenomeni di atomizzazione sociale e frammentazione identitaria, che interessano tutti i livelli della società.
A questo quadro si collega l’analisi di Peter Mair, autore di Governare il vuoto, il quale ha efficacemente descritto questa decomposizione della scena politica. La sua intuizione più significativa consiste nel riconoscere che, in condizioni di atomizzazione e vuoto di rappresentanza, lo Stato tende ad accrescere il proprio potere. È una conseguenza logica: se la società si disgrega in individui isolati, l’apparato statale assume un ruolo di importanza crescente.
Per quanto riguarda la religione, il suo processo di disgregazione costituisce un elemento centrale del modello interpretativo adottato. Il cristianesimo ha rappresentato la matrice religiosa fondamentale da cui sono derivati vari sistemi di credenza collettiva. In Europa, si sono susseguite fasi di frammentazione dalla crisi del culto domenicale e del reclutamento sacerdotale a metà del XIX secolo, che ha interessato vaste aree del cattolicesimo, fino al crollo dell’intera tradizione protestante tra il 1870 e il 1930 e, infine, al disfacimento di ciò che rimaneva del cattolicesimo nel secondo dopoguerra, con un declino delle pratiche e delle strutture religiose consolidate in Germania meridionale, nei Paesi Bassi, in Italia settentrionale, in Svizzera e in Irlanda.
Questo declino ha portato a uno stato di secolarizzazione iniziale, definito come “stato zombi”, in cui molte norme e valori religiosi persistono come residui di un passato ormai in agonia. La teoria dello “stato zombi” aiuta a comprendere questa fase di transizione, in cui si mantiene una certa continuità culturale e simbolica, anche se le pratiche religiose si riducono. Tuttavia, si tratta di una fase temporanea, poiché la vera conseguenza della progressiva perdita di credenze religiose è la comparsa di credenze sostitutive, spesso di natura ideologica e politica, che organizzano e strutturano la società in modo analogo a quanto faceva la religione.
In questa fase avanzata di secolarizzazione, si verifica la scomparsa delle pratiche e delle strutture religiose tradizionali, con un vuoto religioso totale. È in questo contesto che si manifesta un disimpegno totale dello Stato rispetto alle questioni religiose, favorito dalla globalizzazione e dall’individualismo esasperato. La società diventa così atomizzata, con individui privi di credenze collettive sostitutive, e si assiste a un aumento del nichilismo, che idolatra il nulla e genera reazioni di varia natura, spesso disfunzionali o autodistruttive.
L’irreversibilità di questo processo dipende dalla lunga evoluzione storica del radicamento e della disgregazione delle credenze religiose, che si sono progressivamente indebolite a partire dal declino dell’Impero Romano, attraversando le crisi della Riforma protestante e della Controriforma cattolica, fino alla scomparsa di un’etica condivisa, di un senso di sacrificio e di responsabilità collettiva. Questa perdita di valori fondamentali rende più fragile l’Occidente nel presente, specie nel quadro delle tensioni geopolitiche e delle crisi in atto, come quella russa.
Per riassumere, si può distinguere fra tre fasi dello stato della religione: quella attiva, caratterizzata da una partecipazione elevata alle pratiche religiose; la fase dello “stato zombi”, in cui le pratiche sono cadute in disuso ma residui culturali e simbolici ancora persistono; e, infine, lo “stato zero”, condizione di totale assenza di credenze collettive religiose, accompagnata dalla scomparsa di rituali e valori tradizionali, come evidenziato dalla legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso, che rappresenta un indicatore antropologico della fine definitiva del cristianesimo come elemento strutturante della società.
In conclusione, l’epoca contemporanea si caratterizza per la scomparsa effettiva del cristianesimo e delle religioni tradizionali in Occidente, con una crescente tendenza verso un vuoto collettivo che rende evidente l’avvento di un’epoca nihilista, dominata dal nulla nelle strutture simboliche e morali dell’individuo e della società.