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In questo articolo parleremo del Bushido e analizzeremo le origini e le forme della nostra cavalleria; illustreremo le caratteristiche e gli insegnamenti; analizzeremo l’influenza sulle masse; ed evidenzieremo la continuità e persistenza del suo influsso.
Bushi-do significa letteralmente “militare-gentiluomo-vie” e riassume il codice di condotta che i nobili guerrieri dovevano osservare sia nel quotidiano sia nel mestiere delle armi.
Dunque Bushido è il codice di principi morali che i gentiluomini dovevano osservare o che veniva loro insegnato. Non è un codice scritto, ma sono poche massime per via orale o dalla penna di qualche celebre saggio o guerriero. Più spesso era un codice implicito e tacito e ancora più potente perché tramandato nella forma concreta delle azioni o inciso nelle tavole del cuore. Durante il feudalesimo abbiamo l’avvento dei samurai, i quali venivano descritti con la parola bike o bushi (guerrieri a cavallo). Erano una classe privilegiata e in origine erano uomini rudi con una vocazione per le armi.
I samurai sentirono di darsi un codice di comportamento. Dato che i vari clan erano sempre in guerra tra loro, c’era bisogno di un foro in grado di giudicare le loro trasgressioni.
Il Buddismo diede al Bushido il suo senso di tranquillità e fiducia nel destino, la pacata accettazione dell’inevitabile, la compostezza storica di fronte al pericolo o alla calamità.
Un famoso maestro di spade, quando vide che il suo allievo aveva appreso bene la sua arte, disse all’allievo: “a qui in poi devo cedere il posto all’insegnamento Zen”. Lo Zen è lo sforzo umano di raggiungere mediante la meditazione zone di pensiero oltre i confini dell’espressione verbale. Il suo metodo è la contemplazione e il suo scopo è la comprensione del principio primo di tutti i fenomeni e se possibile dell’assoluto in sé per porsi in armonia con esso. Lo Zen permette di arrivare alla percezione dell’assoluto, trascende la realtà mondana per svegliarsi in un nuovo paradiso e una nuova terra.
Ciò che mancava al Buddismo venne fornito dallo Shintoismo. Quest’ultimo insegna una lealtà al sovrano, un culto per gli antenati e una pietà filiale paragonabili a quelle delle dottrine shinto che temprano l’arroganza dei samurai con la lezione dell’obbedienza passiva. Nella teologia shinto non c’è posto per un peccato originale. Al contrario, lo Shintoismo crede nella bontà innata e nella purezza semidivina dell’anima umana e la venera come l’adytum da cui sono pronunciati gli oracoli divini. Chiunque abbia visitato i santuari shintoisti avrà notato la totale assenza di oggetti e strumenti di culto e il semplice specchio appeso a una parete come parte essenziale dell’arredo. Lo specchio rappresenta il cuore umano che quando è perfettamente placido e limpido rispecchia il volto stesso della divinità. Ognuno di noi si specchia e vede il proprio riflesso e l’atto di adorazione diventa il principio delfico “conosci te stesso”. Questa frase si riferisce a una conoscenza etica. I giapponesi hanno una coscienza nazionale dell’individuo. Il culto della natura poneva il paesaggio in comunicazione con l’anima interiore. Il culto degli antenati, seguendo le tracce di generazione in generazione, ha fatto della famiglia imperiale la fonte primigenia della nazione intera. Il Giappone è di terra e suolo da cui estrarre materiali preziosi e cereali, ma è anche la dimora degli dei, spiriti dei nostri antenati. L’imperatore è la manifestazione terrena del Cielo di cui incarna sia la potenza sia la misericordia. Lo shintoismo ha due aspetti fondamentali: il patriottismo e la lealtà. Questa religione instilla nel Bushido un senso profondo di fedeltà al sovrano e di amore verso il paese. La fonte etica del Bushido sono gli insegnamenti di Confucio. La sua formulazione dei cinque rapporti morali – tra signore e servo (il governante e il governato), tra padre e figlio, tra marito e moglie, tra fratello minore e minore, tra amici – era la conferma di quello che l’istinto nazionale aveva già riconosciuto prima dei suoi scritti dalla Cina. I precetti di Confucio furono presi dai samurai che erano la nuova classe dirigente.
Mencio esercitò un’influenza enorme sul Bushido con le sue idee democratiche che trovavano riscontro tra le masse, al punto da venire considerate sovversive dell’ordine sociale costituito e da censurare. Queste parole saranno impresse nel cuore dei samurai.
Il solo conoscimento dei testi di Confucio e di Mencio non dava autorità alla persona.
Il samurai intendeva dire che la conoscenza diventa davvero tale solo quando è stata assimilata al punto da manifestarsi nel carattere della persona. Il Bushido non attribuiva grande valore alla conoscenza astratta, ma la conoscenza è un mezzo per il conseguimento della saggezza.
La vera conoscenza coincideva con la sua applicazione pratica nella vita. Il filosofo Wang Yangming diceva: “onoscenza e azione sono la stessa cosa”.
I principi di cui il Bushido si nutrì sono pochi e semplici e offrono un modello di condotta saldo e sicuro.

La rettitudine o giustizia
La rettitudine è la capacità di adottare una certa condotta conforme alla ragione senza esitare: morire quando è giusto morire, colpire quando è giusto colpire. La rettitudine si può paragonare all’ossatura che assicura la stabilità e la postura eretta. Così anche la testa senza le ossa non può ergersi. Mencio chiama benevolenza lo spirito dell’uomo e rettitudine o giustizia il suo cammino.
La giustizia, secondo Mencio, è un sentimento dritto e stretto che l’uomo deve imboccare per riconquistare il Paradiso perduto.
Il concetto di rettitudine è stato distorto. Mi riferisco al giri, letteralmente la giusta ragione. Nel suo significato originario giri era il dovere puro e semplice. Il giri è la giusta condotta nei rapporti personali. Giri significa dovere. L’amore è la spinta alla giusta condotta.
La società artificiosa vede il giri come qualcosa di severo che obbliga le persone a compiere determinate azioni.

Il coraggio
Il coraggio viene descritto da Confucio nei suoi dialoghi e lo spiega con il suo contrario: “Sapere cos’è giusto e non farlo denota mancanza di coraggio”. Riformulare al contrario è “il coraggio è fare ciò che è giusto”. Il coraggio è vivere quando è giusto vivere e morire quando è giusto morire. Il coraggio come la conoscenza di ciò che un uomo deve temere e ciò che un uomo non deve temere.

La benevolenza
La benevolenza era una virtù regale in un duplice senso: regale in quanto prima qualità di uno spirito nobile e in quanto particolarmente adatta al mestiere del servo. Confucio e Mancino ripetono di continuo che la benevolenza è il primo requisito di un signore. Confucio dice: “A un principe basta coltivare la virtù, sarà il popolo a correre a lui e insieme al popolo vengono le terre, le terre portano ricchezza; la ricchezza gli concede il beneficio di farne buon uso. Alla radice sta la virtù e la ricchezza ne è un frutto. Mai è successo che un sovrano abbia amato la benevolenza e che il popolo non abbia amato la giustizia. Quando un principe ama ciò che il popolo ama e odia ciò che il popolo odia allora può definirsi padre di esso. La differenza tra un governo dispotico e uno di natura paterna risiede nel fatto che nel primo il popolo si piega suo malgrado mentre nell’altro lo fa con quella fiera sottomissione, quella obbedienza dignitosa quella subordinazione del cuore che conserva vivo persino nella servitù lo spirito della più alta libertà. La misericordia non era una gemma rara perché è universalmente vero che i più coraggiosi sono anche i più teneri e più si ama più si è audaci.
La benevolenza sottomette alla propria influenza tutto ciò che intralcia il suo potere, così come l’acqua sottomette il fuoco; dubita del potere dell’acqua di spegnere il fuoco solo chi cerca di usarne appena una tazzina per estinguere il rogo di un carro intero di fascine. La radice della benevolenza sta nella pena per il dolore degli altri.

La cortesia
La cortesia dovrebbe essere il modo di manifestare la comprensione per i sentimenti altrui. La cortesia è paziente e benevola, non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto.

Veridicità e sincerità
Senza sincerità e autenticità la cortesia è soltanto farsa e messa in scena. Se portata oltre un giusto limite, la cortesia diventa menzogna. La sincerità è il fine e l’origine di tutto, senza sincerità non esisterebbe niente. Il Bushido considera vile l’ambiguità quanto la menzogna.

L’onore
Il senso di onore non poteva non caraterrizzare il samurai. Il concetto di onore veniva comunicato con espressione come na, menmoku e guaibun, che ci rammentano rispettivamente il significato del nome nella Bibbia, l’evoluzione del termine personalità dalla maschera greca e l’idea di fama. La reputazione è parte immortale di sé distinta dalla natura animale.

Il dovere della lealtà
La lealtà è uno dei pilastri del Bushido. Essa implica una dedizione incondizionata verso il proprio padrone, la propria famiglia e i propri ideali.

L’educazione e l’addestramento di un samurai
I tre principi cardini su cui si basa il Bushido erano: chi, jin e yu, rispettivamente saggezza, benevolenza e coraggio. Per i samurai la scienza veniva studiata solo se serviva a vantaggio del mestiere delle armi. La religione serviva per alimentare il coraggio del samurai. La conoscenza anatomica a scopo offensivo o difensivo. La conoscenza dei numeri era indispensabile per organizzare un esercito.
L’addestramento alla forza d’animo impone di sopportare senza un lamento e dall’altro canto l’insegnamento della cortesia di non esternalizzare le proprie preoccupazioni.
Non bisogna tradire le emozioni con l’espressione del volto. Un persona di carattere non mostra segni di gioia o di rabbia.
Il Bushido accetta il harakiri come soluzione ai problemi più spinosi in cui è in gioco l’onore.
Il Bushido fece della spada un emblema del valore e della forza. Maometto definì la spada “la chiave del paradiso e dell’Inferno”. I bambini a cinque anni venivano vestiti con gli abiti da samurai e collocati in una scacchiera di go e iniziati al mestiere delle armi con la consegna di una spada vera nel fodero al posto del giocattolo con cui si era giocato fino a quel momento. Dopo il rituale di adopitio per arma il figlio di un samurai non usciva più di casa senza il distintivo del suo stato, un pugnale di legno dorato, e nel giro di qualche anno un pugnale d’acciaio anche non affilato. La lama nel fodero è un simbolo esteriore di ciò che il ragazzo porta inciso nella mente e nel cuore la fedeltà e l’onore. Il samurai ha due spade, una lunga e una piccola, alle quali darà un nome. Il Bushido esalta la lama, ma dice anche che non deve essere abusata. Chi abusa della lama è un vigliacco. Un uomo capace di donarsi doveva sapere quando era necessario utilizzare la spada.
L’ideale di donna nel Bushido era preminentemente domestico. Alla donna veniva insegnato a reprimere i sentimenti, a indurire il carattere e a maneggiare le armi per affrontare da sola gli imprevisti. Non avendo un signore che lo facesse per lei, la donna era la guardia del corpo di se stessa.

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